Presenza
Lo spazio che si apre tra ciò che accade e come rispondiamo.
Scomposizione: Pre-senza. Essere “prima dei sensi” o “prima dell’assenza”. È l’essenza che precede la percezione.
Assonanza: Con “presidiare” (dal latino praesidium: stare davanti a guardia, tenere una posizione senza abbandonarla) e con “presente” nel senso di dono. La stessa parola nomina l’istante e il regalo.
Etimologia: Dal latino praesentia, da prae-esse: essere davanti. Davanti a cosa, lo dice il resto della parola: davanti a ciò che c’è, adesso. Non è una posizione del corpo, ma di tutta l’attenzione.
(nota: Presenza non è concentrazione. Concentrarsi significa stringere il campo su una cosa sola; essere presenti significa tenerlo aperto senza spostarlo.)
Il Mito: Estia, dea del focolare. L’unica divinità olimpica che non lascia mai il proprio posto. Non viaggia, non combatte, non ha vicende amorose. Non fa nulla, sta. Ed è per questo che ogni casa e ogni città tenevano il suo fuoco al centro. Da quel punto fermo si misurava tutto il resto.
Filosofia: Per Heidegger l’essere umano è Dasein, letteralmente “esser-ci”: non un soggetto che poi si trova da qualche parte, ma un esistere che è già sempre situato. Per Simone Weil l’attenzione è la forma più rara e più pura di generosità: guardare qualcosa o qualcuno senza volerne fare nulla è già un atto d’amore.
Non scostare lo sguardo
La presenza è un modo di stare al mondo.
Fermi in noi stessi, senza scostare lo sguardo.
Sembra poco, ed è quasi tutto.
Perché scostare lo sguardo è la cosa che facciamo continuamente, e quasi sempre senza accorgercene.
Cambiamo argomento. Controlliamo il telefono. Pensiamo alla risposta mentre l’altro sta ancora parlando. Ci raccontiamo che quella cosa la affronteremo poi.
Non è distrazione, è una manovra.
Ogni volta che qualcosa comincia a diventare scomodo, una faccenda, una persona, un pensiero su di noi, lo sguardo si sposta di qualche grado, quel tanto che basta per non vederlo più.
Essere presenti significa non fare quel movimento.
Restare dove siamo, con gli occhi dove sono.
Riscrivere la reazione
Fra ciò che accade e ciò che facciamo c’è normalmente pochissimo spazio.
Uno stimolo entra, e la risposta esce già confezionata.
La stessa di dieci anni fa, la stessa dell’ultima volta.
Questa non è una scelta.
È un automatismo e un automatismo è sempre scritto dal passato.
La presenza allarga quello spazio.
Non ci dice cosa fare. Ci dà l’istante in cui è ancora possibile fare qualcos’altro.
Ed è lì che si può riscrivere la risposta.
Non lo si fa una volta per tutte. Si fa una volta, poi un’altra, e ogni volta che nello stesso punto scegliamo diversamente, il solco vecchio perde un po’ di forza.
È forse l’unico modo in cui una reazione diventa davvero una scelta e ogni scelta apre possibilità che l’automatismo non conteneva.
Guardare le proprie ombre
Ed è qui che la presenza fa la cosa più difficile.
Guardare le nostre ombre senza spostare lo sguardo.
Non per combatterle. Le ombre non sono nemici da vincere. Sono parti di noi che vogliono esprimersi, e che chiedono soltanto di essere vissute.
Le abbiamo messe via perché non hanno trovato accoglienza e da allora spingono, e ogni volta che spingono noi guardiamo altrove.
Osservarle non significa approvarle né agirle.
Significa riconoscerle come nostre.
Una parte guardata smette di dover gridare per farsi notare.
Questo è anche ciò che cambia il modo in cui vediamo gli altri.
Finché le nostre ombre restano fuori dallo sguardo, le vediamo addosso a chi ci sta davanti e ascoltiamo quella persona attraverso il filtro delle nostre ferite.
Quando le teniamo dentro il nostro campo visivo, lo specchio si pulisce, e l’altro comincia a essere semplicemente quello che è.
Fare spazio
Guardare le ombre senza combattere fa una cosa che sembra piccola.
LIBERA SPAZIO
Gran parte della nostra energia se ne va in dialoghi interni, resistenze, difese di posizioni che nessuno sta attaccando.
È lavoro invisibile, continuo, e costoso.
Quando quel lavoro si ferma, lo spazio che si apre non resta vuoto.
Comincia a passarci qualcosa ed è lì che il talento scorre attraverso di noi.
Non lo produciamo, gli lasciamo la strada libera.
I quattro appoggi
Perché la presenza non sia un momento fortunato ma uno stato che regge, poggia su quattro cose.
L’osservatore
Una parte di noi agisce, un’altra guarda — i pensieri, le emozioni, le reazioni — senza giudicarle.
È la differenza tra sono arrabbiato ed è arrivata la rabbia.
Nel primo caso la rabbia siamo noi.
Nel secondo siamo lo spazio in cui accade, e quello spazio è più grande di lei.
Il corpo
La mente viaggia nel tempo, il corpo no.
Il peso sui piedi, l’aria che entra, il contatto delle mani su un tavolo, sono tutti biglietti di sola andata verso adesso.
L’accettazione
Non è approvazione. È smettere di litigare con ciò che è già successo.
Finché discutiamo con il fatto, tutta la forza va nell’attrito e non ne resta per cambiarlo. Riconoscere quello che c’è è la condizione per poterci mettere le mani.
Il silenzio
Lo spazio tra un pensiero e l’altro, e tra il pensiero e la parola.
È lì che l’intuizione riesce a farsi sentire.
Nel rumore sentiamo solo noi stessi.
Il corpo è l’ancora, il respiro il ponte, l’osservazione la luce, il silenzio il grembo.
Presenza e silenzio si tengono l’uno con l’altro.
Il silenzio apre lo spazio in cui possiamo esserci, e l’esserci è ciò che rende il silenzio possibile.
Non c’è un prima e un dopo. Si sostengono, come due mani che si reggono a vicenda.
Senza tutto questo, la presenza resta un’idea.
Con tutto questo diventa un modo di stare, e si vede: nelle stanze in cui entriamo, nelle conversazioni che cambiano tono, nelle persone che accanto a noi smettono di doversi difendere.
Fermi in noi stessi, senza scostare lo sguardo.
Da lì in avanti, tutto il resto è possibile.

immagine creata con AI
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