Linguaggio Consapevole
La a volontà che si fa suono e immagine.
Scomposizione: Lin-gua-ggio. “Lin” richiama il lino (tessitura, trama) e il linimento (cura). “Guaggio” ha un’assonanza arcaica con ingaggio: un impegno preso.
Assonanza: Con “Raggio” (luce che direziona) e “Viaggio”. La parola non è un punto d’arrivo, ma il mezzo per spostare la coscienza.
Etimologia: Dal latino lingua (l’organo fisico), ma il termine “Consapevole” deriva da cum-sapere: “sapere insieme”.
Nota chiave: Parlare consapevolmente significa che la mente e il cuore “sanno insieme” cosa viene emesso. Non è un impulso automatico, ma una scelta della Volontà.
Il Mito: Il Logos greco o l’Aum vedico. La parola che crea i mondi. Nel mito egizio, il dio Ptah crea l’universo pronunciando i nomi delle cose. Il linguaggio consapevole è il recupero del potere magico della parola: Abracadabra (dall’aramaico Avra Kehdabra: “Creerò come parlo”).
La Filosofia: Per Heidegger, “il linguaggio è la casa dell’Essere”. Abitare consapevolmente il linguaggio significa smettere di usare le parole come armi o scudi, ma come aperture alla Verità.
Le parole disegnano
Proviamo una cosa: Non pensare a un cane nero.
È già lì.
La mente non ha ricevuto un divieto, ha ricevuto un’immagine, e l’ha disegnata.
È così che funziona il linguaggio.
Non trasmette concetti, apre figure.
Ogni volta che parliamo stiamo disegnando qualcosa in due posti contemporaneamente — nella mente di chi ascolta e nella nostra.
Per questo le parole non sono mai neutre.
Non descrivono la scena, la mettono in piedi.
L’immagine che diamo al mondo
Con noi stessi parliamo tutto il giorno, e quasi sempre senza accorgercene.
Ogni volta stiamo disegnando un ritratto.
Sono uno che non ci riesce, non sono portata per queste cose, io le persone le metto a disagio.
Lo ripetiamo abbastanza spesso da smettere di sentirlo come una frase, e cominciare a sentirlo come una descrizione della realtà.
Poi usciamo, e portiamo quel ritratto con noi.
Gli altri non ci vedono.
Vedono il disegno che abbiamo fatto nel modo in cui entriamo in una stanza, in quanto spazio ci prendiamo, in come diciamo il nostro nome.
L’immagine che offriamo al mondo l’abbiamo dipinta parlandoci.
Cambiare il modo in cui ci parliamo non è un esercizio di ottimismo.
È rifare il ritratto.
L’etichetta è la trappola
Fra tutte le parole, quelle che ci fermano davvero sono le etichette.
Le usiamo perché sono comode. Un’etichetta rende l’immagine sicura.
Un disegno definitivo, che non va più rifatto.
Sono fatto così chiude la questione, e chiudere la questione ci solleva dalla fatica di guardarci ancora.
Ma dentro una sola parola c’è un mondo intero di modi possibili.
Timido contiene chi ha bisogno di tempo, chi ascolta prima di parlare, chi si accende solo con poche persone, chi in quel momento non aveva niente da dire.
Sono modi diversissimi di stare al mondo.
L’etichetta li schiaccia in uno solo, e da quel momento vediamo soltanto quello.
Ci sono parole che chiudono l’immagine, e sono quasi sempre le stesse:
sempre, mai — trasformano un episodio in una legge.
devo fare così — trasforma una scelta in un obbligo senza autore.
perché sono… — trasforma un comportamento in un’identità.
Sono tutti modi di dire questo non cambierà.
E una cosa che non può cambiare non ha bisogno di essere guardata di nuovo.
Vale anche verso gli altri, con la stessa esattezza.
Sei un pigro è un’etichetta: mette la persona dentro una parola.
Oggi non hai lavato i piatti è un fatto: resta aperto, e su un fatto si può agire.
Ogni volta che descriviamo un’azione invece di nominare un’essenza, lasciamo una porta aperta. A noi e a chi ci ascolta.
Dal tu all’io
Benedire, alla lettera, significa dire bene.
Non vuol dire chiamare bella una cosa brutta.
Vuol dire che, fra tutte le descrizioni vere di una situazione, ne scegliamo una e quella scelta non è mai innocente.
Problema insormontabile e cosa da risolvere possono riferirsi allo stesso identico fatto.
Ma la prima chiude e la seconda apre, e il corpo lo sa prima della mente.
Lo sentiamo nelle spalle, nel respiro, in quanto lontano riusciamo a guardare da lì.
La domanda utile non è sto pensando positivo.
È: questa parola apre o chiude?
Lo spazio tra il pensiero e la parola
Tra ciò che pensiamo e ciò che diciamo esiste uno spazio.
È fatto di silenzio, e dura pochissimo.
Quello spazio è tutta la nostra libertà.
Quando lo attraversiamo di corsa, parliamo per automatismo: escono le etichette, i sempre, i mai, il ritratto già fatto.
Quando ci restiamo un istante in più, possiamo scegliere quale immagine mettere al mondo.
Non padroneggiamo la realtà padroneggiando le parole.
Ma scegliamo cosa disegnare e da quel disegno, poi, comincia tutto il resto.

immagine creata con AI
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