Discernimento

Guardare ciò che è, non ciò che ci raccontiamo.

Scomposizione: Dis-cerni-mento: “Dis” (separazione) + “Cernere” (setacciare). Richiama il gesto antico di separare il chicco di grano dalla pula.

Assonanza: Con “decisione” (da de-caedere, tagliare via) e con “certo”: in latino certus è il participio di cernere. Ciò che è stato distinto è ciò che diventa certo — prima di separare, non sappiamo davvero.

Etimologia: Dal latino discernere, composto da dis (particella separativa) e cernere (vagliare, setacciare). Dalla radice indoeuropea krei-, “separare, distinguere, scegliere”. Dalla stessa radice vengono “critica”, “criterio” e “crisi”: una crisi, alla lettera, è un momento in cui qualcosa va separato — non un disastro, ma un punto in cui bisogna distinguere.

Nota chiave: Discernere non è giudicare. Il giudizio assegna un valore — buono, cattivo, giusto, sbagliato. Il discernimento distingue e basta, mette da una parte ciò che è accaduto, dall’altra ciò che ce ne siamo raccontati.

Il Mito: La bilancia di Astrea, dea della giustizia: pesare il valore reale delle cose oltre le apparenze. E il nodo gordiano, che non si sbroglia con fatica — si taglia, quando si è capito dove. Ma il mito più vicino è quello di Psiche: Venere le rovescia davanti un mucchio di semi mescolati e le ordina di separarli tutti entro l’alba. È un compito impossibile alla mente da sola, e infatti la aiutano le formiche — cioè la pazienza, il lavoro minuto, il tempo.

Filosofia: Per Cartesio è la capacità di formulare idee “chiare e distinte”. Per Ignazio di Loyola è l’arte di distinguere i moti dell’anima: capire se un impulso porta consolazione — apertura, quiete, respiro — oppure desolazione, che si riconosce dall’agitazione e dalla fretta. In entrambe le tradizioni il criterio non è ciò che una cosa dichiara di essere, ma l’effetto che produce.

Prendere tutto per come è

Discernere significa prendere in considerazione ogni cosa esattamente per come è.
Non come vorremmo che fosse,
non come ci era stata promessa,
non come suonerebbe meglio raccontandola.

Sembra ovvio, ed è la cosa più rara che ci sia.

Perché quasi mai guardiamo i fatti.
Guardiamo la storia che ci siamo fatti sui fatti e le due cose, dopo un po’, diventano indistinguibili.

Discernere è rimetterle su due mucchi separati.

I segnali del vero

Ci sono cose che non sanno mentire, ed è da lì che si comincia.

I corpi

Le spalle, il respiro, la distanza che qualcuno tiene, dove punta un piede mentre parla.
Il corpo dice quello che sente prima e più chiaramente di qualsiasi frase.

Le azioni

Non quello che una persona dichiara di voler fare, ma quello che ha fatto.
Non una volta, le volte. Un comportamento ripetuto è un dato, non un’interpretazione.

Le cose accadute

Cosa è successo davvero, in che ordine, quando.
Le date, i fatti, i numeri, le parole effettivamente dette.

Su questi tre elementi si può appoggiare il peso. Sono i chicchi di grano.

I racconti da mettere da parte

E poi c’è la pula

Quello che una persona dice di sé

Non perché menta — spesso ci crede davvero.
Ma è una descrizione, e le descrizioni si scelgono.

Quello che vorremmo apparisse

Il modo in cui presentiamo una situazione agli altri, e quello ancora più insidioso in cui la presentiamo a noi stessi: è solo un periodo, è normale che sia così, stavolta è diverso.

Quello che immaginiamo ci sia dietro

Le intenzioni che attribuiamo, i motivi che ricostruiamo.
Sono ipotesi, e a volte sono giuste, ma restano ipotesi, e vanno tenute nel mucchio delle ipotesi.

Mettere da parte non vuol dire buttare.  Vuol dire non usarlo come base per decidere.

E la domanda che fa il lavoro è una sola: Questa cosa l’ho vista per come è, o me la sto raccontando?

Il segnale della direzione

C’è un secondo strumento, e non è mentale.

Una scelta giusta si accompagna a una sensazione di apertura: il respiro si allarga, il tempo si distende, non c’è fretta.

Una scelta che viene dalla paura si accompagna a contrazione e urgenza: quella sensazione che bisogna decidere subito, adesso, prima che sia troppo tardi.

L’urgenza è il segnale più affidabile che abbiamo, e va in una direzione sola: quando compare, non sta indicando la strada.
Sta indicando che qualcosa ci sta spingendo.

Vale anche nelle relazioni, dove i racconti sono più fitti che altrove.

Un legame che nutre lascia spazio: si può respirare, si può stare anche altrove.
Un legame che stringe chiede continuamente conferme, e le conferme non bastano mai.

Anche qui il criterio non è ciò che viene detto, bensì è cosa succede al respiro.

Dove va l’energia

Discernere serve anche a un compito molto pratico.

Distinguere l’essenziale dal superfluo, e proteggere il talento dalla dispersione.

Ogni cosa a cui diciamo sì è una cosa a cui, senza accorgercene, stiamo dicendo no.
Il tempo è finito, l’attenzione anche.

Le occasioni più pericolose non sono quelle brutte, quelle si riconoscono subito.

Sono quelle luccicanti: buone sulla carta, prestigiose, difficili da rifiutare, e completamente fuori rotta.

Servono i due strumenti insieme, i fatti e il respiro, per accorgersi in tempo che sono un’altra strada.

L’intuizione riceve.
L’azione realizza.
Il discernimento è il ponte tra le due: quello che ci permette di attraversare senza cadere.

E la mente, qui, torna al suo posto migliore.
Non serve a costruire prigioni di ragionamenti per restare fermi.

Serve a tracciare rotte su una mappa fatta di cose vere.