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Produttività delle imprese italiane, la leva che subito non si vede

Tre angolazioni
Tre Angolazioni - Marcela Grohova - La capacità imprenditoriale italiana è intattaimmagine creata con AI

La capacità imprenditoriale italiana è intatta

Ciò che si è ristretto è lo spazio in cui può muoversi. Qui ci sono i numeri, e alcune domande che lascio aperte.

TRE ANGOLAZIONI — numero cinque

Condivido l’Ascolto e l’Analisi. L’Azione possibile tocca a te.


A luglio la Banca d’Italia ha pubblicato l’indagine sulle imprese.
Una riga descrive il 2026 così: le aziende difendono vendite e personale, e ritraggono capitale. Mantengono organici e consegne, e rinviano nuova capacità produttiva.

Investimenti attesi a meno 4,9 per cento, dopo il più 4,6 dell’anno prima.

Mi fermo su quella riga, perché non descrive una statistica.
Descrive una scelta presa davvero, in una stanza, con un foglio davanti e forse anche un mese di tempo per decidere.

Forse in una stanza che conosci.


Cosa si è deciso di non fare?

La composizione indica forse persino più della cifra.
Gli investimenti totali sul PIL sono arrivati al 22 per cento nel 2024, e quasi tutta la crescita recente viene dalle costruzioni.

Macchinari, attrezzature e proprietà intellettuale restano fermi in rapporto al PIL.

Si è investito in ciò che resta. Si è rinviato ciò che cambia.


Una cosa che mi portava a vedere le cose divesamente da come le vedo adesso

Per un po’ ho osservato questa situazione vedendola come fosse:
Da una parte la scelta rischiosa e irreversibile, dall’altra la prudenza che conserva le opzioni aperte.

Poi qualcuno mi ha fatto notare che non torna. E ti dico i miei perché.

Un anno di mancata assunzione è un anno in cui quella persona non è cresciuta.
Quell’anno è speso in modo definitivo esattamente quanto uno stipendio pagato.
Un macchinario non comprato per tre anni è una posizione di mercato che nel frattempo qualcun altro ha occupato.

Le due strade sono entrambe irreversibili.
La differenza sta in come vengono percepite, e non in cosa producono.

Questo cambia tutto il resto, quindi vale la pena guardare perché la differenza sembri così netta.


Perché una sembra più definitiva dell’altra?

Tre ragioni, e si sommano.

Il danno da omissione  pesa meno.
La ricerca sui giudizi morali mostra che lo stesso identico danno viene giudicato più grave quando nasce da un’azione che quando nasce da un’inazione. Stesso esito, contabilità diversa.

L’esito del non fare non ha un autore.
Un’assunzione andata male ha un nome e un cognome nella relazione. Un’assunzione mai fatta non compare in nessuna relazione. Non esiste il verbale che approva ciò che non è stato deciso.

Il rimpianto arriva in tempi diversi.
Nel breve periodo si rimpiangono di più le azioni. Nel lungo periodo le omissioni. E il sistema nervoso lavora sul breve.

Prima domanda, e vale la pena tenerla per sé un momento.

Nell’ultimo anno, quale decisione hai rinviato più di una volta?

E se qualcuno ti chiedesse conto di quel rinvio, esiste un documento in cui è scritto?


Perché si ripete?

Qui c’è il punto che mi sembra il più importante di tutto.

Un’azione produce un risultato leggibile. Buono o cattivo, torna indietro qualcosa. Un numero, una reazione, un errore da correggere.

Un’omissione produce silenzio. Non si saprà mai cosa avrebbe reso quella scelta, perché non è stata fatta.

Il non fare è forse l’unica strategia che non genera delle prove contro

Si può ripetere per vent’anni, e ogni anno sembrerà confermata, perché l’alternativa non ha lasciato tracce con cui confrontarla.

E ogni ripetizione la rafforza due volte.
Il divario cresce, quindi cambiare costa di più. E la spiegazione diventa più coerente, quindi difenderla riesce meglio.

Quello che si conserva davvero, in modo definitivo, è la storia che spiega perché si è fatto così.


La leva che difficilmente uno si aspetta

Fra il 2015 e il 2025 la produttività del lavoro in Italia è cresciuta in media dello 0,2 per cento l’anno.
Negli ultimi due anni il contributo della produttività totale dei fattori è diventato negativo.

L’Istat, quest’anno, ha provato a capire da cosa dipenda.
Un modello su 105 mila imprese, censuario sopra i venti addetti, che copre quasi tre quarti del valore aggiunto di industria e servizi.

Il risultato è netto. La variabile che più di ogni altra spinge la produttività è il livello di istruzione delle persone che lavorano. Poi la digitalizzazione. Il contributo del capitale per ora lavorata risulta debole o negativo.

Le persone. Non i macchinari.

E far crescere una persona richiede tempo lungo, presenza, e una scelta che non si annulla con una nota di credito.

Cioè la strada irreversibile che si vede. Mentre l’altra, quella che non si vede, corre lo stesso.

Seconda domanda.

Nella tua azienda, chi sta imparando qualcosa in questo momento da qualcuno che già lo sa?

E quante ore, in ore vere, sono protette per quello?


Quello che nelle statistiche non si evidenzia

Nello stesso Rapporto c’è un passaggio che viene ripreso di rado.

Una parte delle imprese che appaiono arretrate, quando le si misura con ricerca e brevetti, sono in realtà produttive grazie
all’apprendimento incrementale e alla conoscenza tacita accumulata sul processo.

Nei comparti tipici del made in Italy quell’esperienza frena l’innovazione formale e alimenta la produttività.

L’Istat aggiunge una frase che non ci si aspetta da un istituto di statistica.
Non sono imprese da rottamare, sono imprese da accompagnare.

L’Italia è ultima fra le grandi economie europee per ricerca e sviluppo sul PIL, e questo si legge ovunque.
La cosa che si dice di rado è che il vantaggio italiano non è mai stato lì.

Sta in un patrimonio che non compare nei brevetti, nei manuali, nei gestionali.

Sta nelle persone.
E si trasmette in un modo solo: qualcuno che sa accanto a qualcuno che impara, per il tempo che serve.

Presenza. Continuità. Relazione.

Le tre cose che il rinvio consuma per prime, senza che nessuno le veda uscire.


Perché il titolo dice intatta?

Perché la capacità non è andata da nessuna parte.

Nel 2024 l’Italia ha perso, in saldo netto, circa 21 mila laureati ad alta istruzione. Quello sì che se ne va.

Ma il mestiere accumulato, il modo di risolvere un problema che nessun manuale descrive, sono ancora nelle officine e negli uffici.

Ciò che si è ristretto è lo spazio.

E lo spazio si è ristretto per una somma di scelte ciascuna ragionevole, prese da persone che stavano proteggendo qualcosa di reale.

Terza domanda, e poi ti lascio.

Se lo spazio si allargasse di poco, diciamo del dieci per cento, cosa ci metteresti dentro per prima cosa?

La risposta arriva quasi sempre da sola in due secondi. È già lì da un po’.


Da qui

Tre cose piccole, per chi vuole guardare invece di concludere.

Sul rinvio.
Scrivere l’elenco di ciò che è stato rimandato negli ultimi dodici mesi, e accanto a ciascuna voce il costo
di quell’anno di attesa. Non il rischio evitato. Il costo sostenuto. È una colonna che di solito non esiste.

Sulla trasmissione.
Individuare la persona che sa la cosa più difficile da rimpiazzare, e contare quante ore al mese passa accanto a qualcuno che potrebbe impararla. Se il numero è zero, quel patrimonio ha potenzialmente una data di scadenza.

Sulla scelta.
Davanti a due strade entrambe definitive, la domanda utile smette di essere quale sia più sicura.
Diventa verosimilmente questa. Quale delle due scelte mi lascia qualcosa da leggere (un risultato)?

Una restituisce un dato. L’altra restituisce silenzio. E il silenzio si può ripetere all’infinito, perché non contraddice mai nessuno.


Chi riconosce qualcosa di sé in queste righe e ha voglia di guardarlo insieme, mi scriva.

E se qualcuno tra chi legge conosce questi dati meglio di me e vede un punto sbagliato, dirlo sarebbe un favore. Correggere costa meno che avere ragione.


Fonti

Banca d’Italia, Indagine sulle imprese industriali e dei servizi, luglio 2026, per le attese di investimento e occupazione. Istat, Rapporto annuale 2026, per la produttività, per il modello sulle 105 mila imprese, per la conoscenza tacita e per il saldo migratorio dei laureati. Istat, Conti economici nazionali, per la composizione degli investimenti fissi lordi. Ritov e Baron, sul diverso peso attribuito al danno da omissione. Gilovich e Medvec, sulla diversa distribuzione nel tempo del rimpianto per azioni e omissioni.

(pubblicato: https://www.linkedin.com/pulse/produttivit%C3%A0-delle-imprese-italiane-la-leva-che-subito-grohova-8svne)

Tags: decisione e rischio, leadership consapevole, newsletter linkedin
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