NON aiutare nessuno. Le 4 fasi di negazione del bisogno.
NON aiutare nessuno.
Osserva e fai ciò che senti di voler fare e, se c’è, riconosci il tuo bisogno.
Sei disposto a dare e/o fare senza che ci sia bisogno?
Questa domanda è provocatoria e probabilmente fa un leggero effetto crash nel cervello.
Senti che c’è qualcosa sotto e forse ti domandi anche perché io stia ponendo una domanda del tipo: “Acqua calda, è calda?” Capirai il perché leggendo fino in fondo.
L’hai fatto mille volte e spesso, anticipando i bisogni dell’altro, hai dato senza che esplicitamente ti venisse chiesto e hai anche dato più di quello che sarebbe in quel momento servito. Hai portato soluzioni e hai preventivamente fatto ciò che andava fatto ottenendo risultati tangibili, senza nemmeno l’ombra di un tuo merito.
Altrettanto spesso non solo non hai ricevuto un grazie, hai anche ricevuto dei calci in c..o.
E qualcuno ha magari anche aggiunto, giusto per, : “L’hai voluto tu.” (e tu dentro sentivi che era vero, quindi, ti sei sentito pure co…..e)
- La prima fase è fare finta che tu non abbia dato o fatto.
- La seconda è dimenticare il tuo nome o far finta che non esisti (o farti sentire che sei insignificante).
- La terza è farsi padrone.
- La quarta è farti scomparire.
Prima espongo il quadro in modo da poter rendere concretamente l’idea quelle quattro fasi che ho citato sopra.
Il bisogno come strumento
per creare dipendenti e schiavi e rendersi dipendenti e schiavi
Il triangolo delle bermuda (vittime – carnefici – salvatori)
Moltissimi psicologi, filosofi e anche neuroscenziati hanno illuminato il punto del “triangolo delle bermuda” – il triangolo dove le cose spariscono, dove il piacere evapora, svanendo nel nulla, lasciando il buio, un terrificante vuoto dentro.
Là, dove un qualcosa di concreto che volava trasportando vite e/o valori o che navigava i mari verso una certa meta, viene inghiottito negli abissi dell’ego.
Là, dove il triangolo delle bermuda copre le parti intime, copre la potenziale vergogna.
Tecnicamente il suddetto triangolo è quello del gioco di ruoli Vittima_Carnefice_Salvatore (a me piace la doppia analogia con quello delle Bermudas e dei “mutandoni”)
Sono i nostri meccanismi interiori, i modi di fari grazue ai quali fino ad oggi si è sopravissuti (e si crede di essere vissuti) che ci portano (ad esempio)
- a fare e dare quando si sente che c’è bisogno, intimamente di nascosto sperando che ci sia bisogno di noi, per fare parte di un contesto, un gruppo, una famiglia, un team di lavoro.
Uno dei perché è perché si crede (o si ha adottato il credo) che se ci si rende utili – l’altro avrà bisogno di noi e quindi ci riconoscerà.
Un’altro è perché dando qualcosa, ci si aspetta che l’altro avrà piacere di ricevere e contraccambiare, magari riconoscendo l’importanza del contributo (il valore della cosa data).
E’ potenzialmente una trappola
NON è detto che l’altro sappia ricevere e non è detto che l’altro vorrà contraccambiare. E’ un aspettativa. E un aspettativa è un bisogno.
Dare o fare qualcosa assecondando un bisogno (anche un bisogno proprio interiore) genera dipedenza e crea condizione di codipendenza.
Diventa una vera e propria droga. Un credito – debito o debito – credito. Si traduce in meccanismi di dopamina. E’ fisicamente visibile come autostrade della mente, dove i neuroni si illuminano in determinate certe zone in certe sequenze con certe frequenze. Il corpo mostra il bisogno in altri modi. Con la sensazione di premura, malessere, spinte interiori, etc. La psyche percepisce il dovere, il giusto, la morale, etc.
L’io si sente salvatore, poi vittima e, cadendo nella trappola di voler riscuotere il credito, diviene carnefice volendo farsi valere volendo ad ogni e qualsiasi costo.
Non si può generalizzare, perché ciascuno di noi è un mondo a sé e ciò che vale per uno, dentro in un altro può esprimersi in un altro modo. Quindi questo è un indizio che dentro di te puoi sentire per le parti attinenti come vero per te.
Passo alle quattro fasi
Hai voluto dare o fare e non hai esplicitamente chiesto niente in cambio. Stavi già bene così nel fare, nel dare. Eri appagato.
(Perché è allora un problema se manca il grazie o il riconoscimento? Lo senti? C’era comunque un bisogno nascosto. Adesso esce fuori. Può essere liberatorio, se resisti alla spinta di accusarti o giudicarti).
Chi ha ricevuto e/o beneficiato, prende quel qualcosa che hai dato come fosse di sua proprietà, una sua idea o un suo dono.
1. La prima fase è fare finta che tu non abbia dato o fatto.
Sembra che lo fa apposta, il dimenticare di dire ad esempio in un gruppo, che l’idea o la cosa l’hai portata tu.
Lo fa apposta, sì, anche se non ne è per niente consapevole. E’ un suo bisogno.
Quello di farsi padre e padrone di quella certa cosa, perché ne beneficia doppiamente.
Sente la cosa una cosa sua e, se riesce frustrarti, emerge il tuo bisogno inonscio di dare di più per dimostrare che vali.
Non è discutibile, se uno ha scelto di sentire una cosa sua, è già così. Non ci puoi fare niente. E’ una certezza nella sua di testa.
Se glielo chiedessi, ti dirà che tu non c’entri niente e, dovessi reclamare, ritratterà dicendo ad esempio che è lui che già l’aveva pensata prima e se l’hai fatto è perché te l’ha fatto fare..
Se insisti, potrebbe essere che “tra di voi” riconoscerà che l’hai fatto tu, ma farà un accordo che “agli altri è meglio non dirlo”. Tanto, infine, conta il risultato.
Attenzione ! Questa situazione è un segnale.
Colui che ha ricevuto dentro di sé si sente debole o mancante di un qualcosa e tu non puoi cambiare questa cosa.
Allora come faccio a stare bene se qualcuno non vuole riconoscere quello che ho dato o fatto?
Il ritorno al benessere è nell’onestamente amettere che ciò che si ha dato, lo si ha dato per il piacere di assecondare una propria volontà e/o anche un proprio bisogno e che chi ha ricevuto ha un forte bisogno, talvolta incolmabile e va lasciato nel suo bisogno finché vorrà.
E’ per questo che ho detto NON aiutare nessuno, fa le cose per te stesso.
2. La seconda fase è dimenticare il tuo nome o far finta che non esisti (o farti sentire che sei insignificante).
Adesso che uno crede che l’idea o il contributo è suo, dimmi, come fa a sostenere quella verità, se poi ogni tanto spunta fuori il tuo nome.
Il tuo nome gli ricorda una scomoda verità, perché dentro di se sa che l’hai fatto tu.
Semplicemente minimizzerà ogni effetto di quella certa cosa e ti inviterà a “stare nell’ombra” o forse tu stesso ti sposterai da quadro, perché già così adesso la situazione è decisamente scomoda.
Dentro di te, una parte di te non ha più piacere di aver dato/fatto. Un’altra parte di te gioca con il tuo stesso bisogno di essere risconosciuto.
Il risultato è stare male in ogni caso. Sia che tu resti in ombra, sia che tu faccia ancora un’altra cosa. Sai già che non potrai essere riconosciuto.
Il passaggio più consueto è sentirsi vittima. Non è obbligatorio. Sebbene non sentirsi vittima in questo caso richiede un certo discernimento e anche una decisione interiore chiara: Lasciare il quadro. Lasciare che qualcuno usi la cosa che gli hai dato, che la porti avanti. L’alternativa sarebbe lasciarsi usare ancora.
3. La terza fase è farsi padrone.
Se resti nel quadro, chi ha ricevuto, recepito il beneficio, ha da ricalcare ciò che si racconta. Più resti e più ti si farà notare i difetti, ciò che non sai, i tuoi limiti.
Perché?
Perché tu hai dato e l’altro ha beneficiato. Quindi, nel caso si sia sentito manchevole o incapace di provvedere a se stesso, adesso, dovrà farti notare tutte LE SUE MANCANZE.
Mi spiego, ciò in cui non sei abile è ovviamente una cosa che non hai ancora imparato, oppure anche davvero non sai fare. Il punto è che deve esaltarle, perché così ti domina emotivamente.
Tu devi sottostare. Non puoi sentirti forte ed emergere.
4. La quarta fase è farti scomparire dal suo quadro.
Le cose erano così semplici inizialmente. Se ci pensi, era più che sufficiente un: “Bello, grazie!” e poi proseguire. La soddisfazione era a portata di mano e la meta era proprio lì: la collaborazione, il fare le cose insieme, un reciproco riconoscersi e riconoscere.
Ma un instantaneo “bilanciamento” non contiene l’elemento debito/credito. Un’instantaneo riconoscimento rende liberi e lascia spazio a tutte le idee e attività, senza bisogno, per il piacere che sia.
In quest’esposizione stiamo osservando una specifica delle possibilità.
Cioè, di aver sentito il VOLERE SOSTENERE/ AIUTARE, il ché NON EQUIVALE a fare una cosa per se stessi e godersi il piacere di aver compiuto una cosa, SENZA ASPETTARSI niente in cambio.
Se non ti aspetti niente, è difficile rimanerci male o restare delusi. Non è così?
Sarò drastica: L’esito sarà comunque che qualcosa scomparirà.
Potrebbe scomparire il bisogno in te. Quello di aiutare. Quello di aspettarsi un grazie, quello di aspettarsi un riconoscimento. Quello di salvare un qualcosa o qualcuno.
Potresti prendere coscienza del fatto che è il tuo bisogno di chiedere a qualcuno la conferma del tuo valore o del fatto che ci sai fare che ti ha portato proprio fino alla quarta fase.
Sia chiaro che la quarta fase è in questa dinamica è quella dei calci in c..o.
C’è ancora l’opzione che tu te ne vada in pace, lasciando che sia quella storia che uno si racconta per il suo di bisogno.
Se tu non hai più bisogno, ti verrà da lasciare. Sentirai una forte contraddizione interiore – è l’ego. Ti induce a sottometterti per rimanere schiavo dei tuoi stessi meccanismi di sempre.
Se lasci la storia e ti spogli del tuo bisogno, senti che hai dato ciò che volevi e che non era obbligatorio né riceverlo, né appropriarsene. Così, puoi essere libero.
La prossima volta riconoscerai già il primo segnale e darai a chi avrà piacere – condividerai e non avrai da farti valere. Accadrà con semplicità. Sentirai dapprima chi si sentirebbe debole di come già è se lo aiutassi.
Imparerai a proprorre con semplicità e a sentire le mosse manipolatorie che le persone sono abituate ad usare, per farti fare (per poi non dover riconoscere).
Sappi che, se permani ancora in quel contesto anche a condizione che
- non venga fatto il tuo nome spontaneamente
- non si sappia cosa hai fatto /dato perché è meglio non dirlo (tanto chi capisce lo sà)
- accetti che la cosa venga presentata a tutti facendosene un’altro padrone, raccogliendone tutti i benefici esclusivamente (morali ed economici)
sei di fatto in trappola di un qualche tuo bisogno di restare.
Forse quel bisogno lo riconoscerai svegliandoti con quel calcio nel c..o.
E’ nella natura dell’essere umando di condividere. Come è nella natura di un seme crescere per diventare magari un albero.
E lo si può fare incondizionatamente. Cioè, movendosi all’interno dei propri confini di rispetto di sé, senza porre condizioni agli altri.
Conosci te stesso e vedrai le leve manipolatorie dispoibili che possono essere usate contro di te, per farti compiacere agli altri.
Sì è liberi (se non ci si sottomette ai bisogni che creano dipendenti e dipendenze e ci fanno schiavi.)
Arrivati qui. Grazie per la lettura.
Se senti i neuroni scheccherati e hai piacere di proseguire, scrivimi. Adesso sai che NON aiuto nessuno, ho piacere della compagnia di chi vuole camminae.


