La questione del 1 settembre ’26 e gli indicatori aziendali “sbagliati”
Tre regole ragionevoli, un risultato che nessuno voleva
Prese una alla volta, ogni regola ha senso. Messe insieme portano da tutt’altra parte. È successo agli alberi italiani, con date e documenti. Succede anche in un’impresa, con altri nomi.
TRE ANGOLAZIONI — numero uno
Condivido l’Ascolto e l’Analisi. L’Azione possibile tocca a te.
Ogni numero prende un fatto pubblico e documentato, mostra il meccanismo che lo produce, e poi cerca lo stesso meccanismo dentro un’impresa.
Per produrre un risultato che nessuno voleva bastano tre regole giuste che si incontrano.
Le scrivo qui, perché sono lo schema di tutto l’articolo.
Prima regola. Un indicatore conta i pezzi invece della sostanza.
Seconda regola. Chi conserva risponde di persona, chi elimina resta libero.
Terza regola. Il denaro paga l’installazione e lascia scoperta la manutenzione.
Ognuna nasce da una buona ragione.
Qui sotto c’è un caso pubblico dove le tre si sono incontrate. Riguarda gli alberi italiani ed è documentato riga per riga. Serve a vedere il meccanismo da fuori, dove guardarlo resta comodo.
Poi si torna in azienda.
La lettura procede su tre livelli, tenuti separati fino alla fine. I fatti, che si verificano in fonte primaria. Ciò che ne segue con alta probabilità, dedotto dai documenti. Le domande, dove la prova manca e una domanda vale più di un’affermazione.
Il caso. Cosa è successo agli alberi
Il primo sistema contava i pezzi
Nel 2021 il PNRR stanzia 330 milioni di euro per piantare 6,6 milioni di alberi nelle città italiane entro il 2024. Un’ottima notizia.
Resta un problema pratico. In Italia gli alberi da piantare esistono in numero molto inferiore. I vivai forestali pubblici rimasti sono 71, e producono circa 4,1 milioni di piantine l’anno per tutti gli usi del Paese.
Alla fine del 2023 l’obiettivo viene riscritto. Diventa la messa a dimora di “materiale forestale di moltiplicazione”, cioè piantine oppure semi.
Vale la pena rileggerlo piano. Da quel momento un seme interrato in un vivaio conta come un albero piantato in città.
La Corte dei Conti chiede conto di questa equivalenza. Il Ministero dell’Ambiente prosegue, e a dicembre 2024 dichiara il risultato raggiunto con 4.661.994 unità tra semi e piantine, contro le 4.500.000 richieste.
Ecco la prima regola in azione. L’indicatore conta i pezzi. Un platano di centoventi anni vale uno. Un seme in un vasetto vale uno.
Lo stesso criterio vive dentro la legge italiana. La legge 10/2013 chiede al sindaco, due mesi prima di lasciare l’incarico, di pubblicare il numero degli alberi piantati all’inizio e alla fine del mandato. Il numero. La superficie di chioma resta fuori. L’età resta fuori.
Perché un sindaco taglia
Qui entra la seconda regola, e qui la responsabilità ha un nome scritto in una norma.
L’articolo 2051 del codice civile stabilisce che chi ha in custodia una cosa risponde dei danni che quella cosa provoca, salvo dimostrare che l’evento era imprevedibile e inevitabile. Per gli alberi di un viale pubblico il custode è il Sindaco.
Mettiamo che un sindaco abbia davanti un vecchio platano.
Se lo conserva, paga perizie ogni tre o cinque anni, potature, monitoraggio. Spesa continua. E se una notte di vento l’albero cade su qualcuno, risponde lui in prima persona, davanti al giudice penale e davanti alla Corte dei Conti che gli chiederà indietro il denaro.
Se lo abbatte, paga una volta sola e il rischio si chiude.
Entrambe le strade sono lecite. Il conto è diverso. I procedimenti nascono quando un albero cade, e per un albero tagliato è difficile trovarne.
Vale la pena dirlo con chiarezza, perché la chiarezza è la condizione di ogni scelta consapevole. Un amministratore che vede la responsabilità scritta e vede anche cosa può fare per governarla, la prende. Un amministratore che la intuisce senza contorni la evita, e ha ragione, perché prendersi qualcosa di indefinito espone senza difesa.
Quando due opzioni legittime portano conseguenze così diverse per chi firma, il risultato smette di dipendere dalla sensibilità di chi decide. Il sistema sceglie da solo.
Perché gli alberi nuovi muoiono
Terza regola.
I fondi coprivano la messa a dimora. La cura negli anni successivi resta fuori dal finanziamento. Una piantina costa circa un euro, mantenerla viva costa molto di più.
I risultati compaiono subito. Piante trovate già secche al momento dell’impianto, morie per mancata manutenzione, alberi seccati durante la siccità e mai sostituiti. Sono rilievi della Corte dei Conti.
Adesso il Piano è chiuso. La sostituzione delle piante morte resta senza voce di bilancio e senza obbligo, perché l’obiettivo era una fotografia scattata una volta sola.
Le tre regole insieme
Un indicatore che conta i pezzi. Una responsabilità che grava su chi conserva. Un budget che paga solo l’impianto.
Il risultato è un patrimonio arboreo che passa da vecchio e grande a giovane, numeroso e fragile. Sui documenti ogni numero migliora.
Nessuno l’ha deciso. Le tre condizioni bastano.
Un piano nascosto avrebbe un responsabile a cui rivolgersi. Un equilibrio che si forma da solo lascia soltanto una metrica su cui intervenire.
Cosa cambia adesso
Due date consecutive.
31 agosto 2026. Si chiude il PNRR. È il termine ultimo, non prorogabile, entro cui gli obiettivi devono risultare raggiunti.
1° settembre 2026. L’Italia consegna a Bruxelles il Piano Nazionale di Ripristino della Natura, in attuazione del Regolamento europeo 2024/1991.
Un giorno di distanza, e cambia il modo di contare.
Il nuovo regolamento chiede che entro il 2030 non si registri alcuna perdita netta di verde urbano e di copertura arborea rispetto ai livelli del 2024, con obbligo di crescita dal 2031.
Superficie di chioma. Al netto. Confrontata con una fotografia del 2024.
La misura vecchia contava le teste. La misura nuova conta l’ombra.
C’è poi una differenza di durata che pesa più di tutto il resto. Il PNRR nasceva da uno strumento europeo temporaneo, con la data di chiusura scritta dentro. Passato agosto, quell’obbligo si esaurisce. Un regolamento europeo invece resta in vigore, con tappe che si susseguono, 2030, 2031, 2040, 2050, e verifiche periodiche. Un obiettivo si chiude. Un obbligo si rinnova.
Ciò che segue con alta probabilità
La fotografia di partenza è del 2024. Le piantumazioni sono del 2022-2026. Buona parte degli alberi messi a dimora si trova quindi già dentro la foto iniziale, e nella foto conta una volta sola.
Le piante che moriranno tra il 2027 e il 2029 cadranno invece dopo la foto. Si registreranno come perdita netta.
Detto semplice. Quello che il primo sistema ha certificato come successo, il secondo lo leggerà come arretramento. I due sistemi misurano cose diverse e restano separati.
Chi doveva accorgersene lo ha fatto per primo. Il 4 agosto 2026 l’ANCI, l’associazione che rappresenta i Comuni italiani, ha trasmesso al Ministero dell’Ambiente sessantacinque pagine di osservazioni sulla bozza del Piano, chiedendo di cancellare undici misure. Delle diciannove proposte tecniche sugli ecosistemi urbani, elaborate da ISPRA, ne restano otto.
Tra quelle di cui si chiede la rimozione compaiono il divieto di ridurre alberi e spazi verdi, il limite agli interventi sui terreni urbani ancora liberi da cemento, e l’obbligo di ripristinare una superficie uguale o maggiore quando un cantiere toglie del verde.
Sono le tre misure che trasformerebbero un impegno dello Stato in un vincolo per chi decide sul posto.
Questo passaggio l’ho letto su fonte giornalistica e non nel documento originale. Chi volesse usarlo per una decisione lo richieda direttamente all’ANCI o al Ministero.
Le domande
Qui la prova manca. Restano domande.
L’obbligo europeo è scritto sull’Italia come Paese, non sui singoli Comuni. Se il Piano lascia l’obbligo al livello nazionale, nessun sindaco potrà risultare in violazione, mentre continuerà a rispondere di persona per un albero caduto.
L’asimmetria che oggi rende ragionevole l’abbattimento resterebbe intera. Si tratta di una scelta consapevole, oppure di una conseguenza ancora non vista?
Chi misura la chioma del 2024 decide l’esito di dieci anni. Qui il dettaglio tecnico pesa moltissimo. Se la copertura arborea viene rilevata da satellite con una griglia da dieci metri, un filare stradale largo sei resta invisibile nella mappa. Si può abbattere per intero e la verifica del 2030 registra la stessa immagine. Se viene rilevata da fotografia aerea o con il laser, con dettaglio sotto il metro, ogni chioma si vede e ogni perdita si conta.
Esiste oggi una misura affidabile della chioma urbana italiana al 2024, con quale dettaglio, prodotta da chi?
Il vecchio sistema era durissimo su una misura discutibile. Il nuovo procede lento su una misura giusta, e resta in vigore.
Quale dei due sposta di più, alla distanza? La mia impressione va al secondo, perché toglie la data oltre la quale il problema diventa di qualcun altro. Resta un’impressione.
Lo stesso schema, in un’impresa
Rileggiamo le tre regole, cambiando soltanto i nomi.
Un indicatore conta i pezzi invece della sostanza. Ticket chiusi al posto di problemi risolti. Ore fatturate al posto di valore consegnato. Persone assunte al posto di competenze presenti. Corsi erogati al posto di capacità acquisite.
Chi coltiva risponde, chi rinuncia resta libero. Chi assume davvero un tecnico lo accompagna per mesi, e se la persona fatica a crescere quella scelta resta sua, con nome e cognome. Dire che i tecnici non si trovano costa poco a chiunque. È la frase più ripetuta di questi anni, ed è difficile trovarne una verifica pubblica.
Il budget paga l’installazione e lascia scoperta la manutenzione. Il gestionale nuovo si acquista. L’addestramento delle persone che dovranno usarlo resta fuori dal preventivo. Due anni dopo il sistema è lì, usato a un terzo delle sue possibilità.
In ognuno di questi casi il numero sale mentre la cosa scende. E il risultato viene celebrato come un miglioramento, in perfetta buona fede.
Ecco la domanda che vale la pena portare al lavoro.
Nel perimetro che governi, quale numero conta le teste invece dell’ombra?
Spesso quella domanda arriva per la prima volta. La ragione sta nel fatto che ogni singola regola, presa da sola, sembrava ragionevole.
Cosa si può fare, da qui
Tre cose, tutte alla portata di chi legge.
Sul caso. Il bilancio arboreo del proprio Comune si richiede con un accesso agli atti, e la richiesta prende dieci minuti. Se il documento manca, quella assenza è già una risposta.
Sul proprio perimetro. Scegliere un solo indicatore tra quelli che si guardano ogni mese e chiedersi cosa misurerebbe la stessa cosa in termini di sostanza invece che di pezzi. Un indicatore alla volta basta.
Sulla terza regola. Prendere l’ultimo acquisto importante e verificare quale percentuale del budget è andata all’installazione e quale alla cura nei ventiquattro mesi successivi. Il rapporto racconta più di qualunque relazione.
E per il seguito di questa storia, tre punti di osservazione. Il Piano trasmesso il 1° settembre, per vedere se contiene le misure operative di cui si è chiesta la cancellazione. La fotografia del 2024 sulla copertura arborea, se esiste e con quale dettaglio. Le osservazioni della Commissione europea, attese entro sei mesi, con il Piano definitivo da pubblicare entro il 1° settembre 2027.
Chi riconosce lo stesso meccanismo dentro la propria impresa e ha voglia di guardarlo insieme, mi scriva.
E se qualcuno tra chi legge lavora su questi documenti e sa che un punto è sbagliato, dirlo sarebbe un favore. Correggere costa meno che avere ragione.
Fonti
Regolamento UE 2024/1991, articolo 8, su EUR-Lex. Decreto legislativo 80/2026. Legge 14 gennaio 2013 n. 10, articolo 2, su Normattiva. Articolo 2051 del codice civile. Decreto MiTE 493/2021 e avvisi pubblici sulla forestazione urbana, portale del Ministero dell’Ambiente. Decisione di esecuzione del Consiglio dell’Unione europea, dicembre 2023. Relazioni della Corte dei Conti sul PNRR, 2023. Linee guida della Struttura di Missione PNRR, 2026. Inventario Nazionale Forestale e Rapporto sullo stato delle foreste in Italia, per il quadro forestale complessivo.

immagine creata con AI
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